La storia di CasaUbaga

IMG_9609

Quando ci siamo innamorate di questo luogo, della grande casa in pietra, della cornice di colline, delle fasce d’ulivi, dei suoni della natura non sapevamo cosa sarebbe diventato.

Era l’inverno del 2008.

DSC03453

DSC03447 febbraio 2009

La casa di pietra portava bene i suoi circa 350 anni, ma aveva bisogno di qualche intervento 😉 e anche le fasce coltivate un tempo a ulivi e ortaggi erano ricoperte di rovi trentennali. Ma esercitammo una attitudine a guardare oltre, sostenute dalla bellezza del luogo e da alcuni buoni incontri. In un paio di anni, liberata la terra dai rovi, ristrutturata la casa valorizzando quel che c’era e consolidandolo, non restava che… esserne felici, rilassarsi davanti alle colline, dare il nome alla creatura che diventava così Casa Ubaga e chiederci cosa sarebbe stata da grande.

IMG_6638

Il progetto ha preso forma mentre continuavamo a chiederci qual era il progetto,invitando amiche e amici a passare del tempo lì con noi, incontrandone di nuovi, mescolando saperi di chi veniva a passioni antiche e sospese, come quella per i giardini e le erbe buone, aromatiche e officinali.

Abbiamo iniziato dalla terra e al rapporto con la terra abbiamo dedicato la nostraprima iniziativa: il laboratorio esperienziale teorico-pratico sull’orto sinergico, organizzato con l’associazione Kanbio. Guido, Nicola e Vincenzo, insieme a un gruppetto affiatato di aspiranti orticoltori, noi comprese, ha dato vita a una bella sinergia da cui è nata OrtUghetta, l’orto sinergico di Casa Ubaga (2010).

orto5

Nel corso di questi anni abbiamo ospitato laboratori dedicati alla funzionalità vocale con Daniela Portonero, alla cucina naturale con ChefNatura, allo yoga con Patrizia Ottone, alla danza con Erberto Rebora, alla letteratura con Margherita Giacobino, alla lavorazione dell’argilla con Paola Cabutti e altro ancora.

E a Casa Ubaga è anche costantemente in azione una sorta di laboratorio permanente di ricerca autogestita intorno al cibo, che nutre anche la nostra biblioteca, i nostri discorsi, gli esperimenti dentro e fuori la nostra cucina. Ricerca di prodotti dell’agricoltura naturale, di semi e di piante non interessanti per l’agricoltura del profitto, confronto con altri indipendenti sperimentatori, negli orti e nelle cucine.

La crescita del non-progetto Casa Ubaga procede in modo rizomatico, producendo connessioni a partire da quel che c’è e incrocia il cammino.  In questo senso abbiamo accolto anche l’arrivo di tre amiche che hanno messo su casa vicino a noi.

Di queste e altre storie di Casa Ubaga torneremo a parlare in post dedicati, strada facendo.

 

L’INCANTO DI SUONI E DI SILENZI

a cura di Daniela Portonero
insegnante di Funzionalità Vocale e Canto

“La musica si è impadronita di me perché è l’estensione del silenzio,
di quel silenzio che sempre la precede e vi echeggia?
La musica è una via d’accesso e un altrove della parola,
a quel che la parola non può dire e che il silenzio, tacendolo, dice”.
(Hêlêne Grimaud, Variazioni Selvagge)

 

CasaUbaga è per me un luogo speciale.
Una dimensione di Spazio – Tempo che mi dona pace, intima gioia, vitalità.
Da quando è nata la abito almeno un mese in estate, tornando a trovare parti di me tra un’estate e l’altra.
In questo SpazioTempo così prezioso posso immergermi in suoni e silenzi con tutto il mio essere, lasciando che la loro musica mi trasformi e mi animi.
Tra silenzi mormoranti e silenzi profondi, suoni di vita vicina, lontana e oltre ogni sfondo.

A Casa Ubaga mi dedico alla mia musica e alla musica che è principio di ogni cosa.
Da sola e insieme.

Una passione gioiosa
La nascita di un suono

Molti anni fa.
Parto da sola. Saremmo dovuti essere in tre, io e i due musicisti che avevano lanciato l’idea.
Raggiungo Santa Giustina, vicino a Belluno, dove ha sede il Centro di Formazione Vocale Voce Mea.
Quell’anno la Scuola ospitava un seminario residenziale condotto da una docente di Vienna sulla didattica musicale per i bambini. Ero andata per studiare il Metodo Orff.

Non sapevo che fosse prevista, all’interno di quella settimana, la partecipazione ai seminari sulla voce cantata tenuti dal Centro e che avrei trascorso alcune ore dedicate alla percezione sensibile del suono cantato.
Maria Silvia Roveri, la responsabile del Centro, ogni giorno con delicatezza mi invitava a cantare nell’ambito delle sue brevi lezioni individuali all’interno del lavoro collettivo.

Cantare un suono, anche solo un suono, di fronte al gruppo.
Avevo paura. Mi vergognavo. Pensavo di “non avere la voce”.

Giovedì, arriva la metà della settimana.
Maria Silvia mi consiglia caldamente di fare l’esperienza. Mi dice, testualmente: “E’ un peccato non vivere in prima persona ciò di cui abbiamo parlato ed esperito collettivamente”.

Il gruppo era empatico e solidale, mi mostrava simpatia e calore.
Sono certa che anche per questo ad un tratto ho sentito salire il coraggio. E’ stato come un calore improvviso, dai piedi alla testa.
Un’onda di coraggio, non era uno stato interiore di fiducia.

Eccomi sola, vicina al pianoforte, in piedi con le gambe un po’ molli e la vista appannata.
Maria Silvia suona una nota al pianoforte e io canto quel suono, intonato sì, ma era un suono condizionato dalla paura e dal pudore.

Maria Silvia chiede al gruppo di venire intorno a me.
Anzi su di me, perché mi aveva fatta coricare.
Ognuno suona un piccolo strumento e canta suoni: di cicale, grilli, api, serpenti. I miei orecchi, l’intero corpo sono avvolti, sollevati in volo da una materia sonora impalpabile e straordinariamente leggera.

Canto.
Canto ogni suono che Maria Silvia mi offre dal pianoforte.
Sento l’abbraccio canoro del gruppo e perdo il confine tra il mio corpo e il loro, tra il mio suono e il loro.
Non potevo distinguere la mia voce ma sapevo che stavo cantando, perché sentivo un fremito vibrante nel mio corpo, piacevole. Sembrava che qualcuno stesse cantando attraverso di me.

Improvvisamente il gruppo tace.
Sto cantando da sola. Eppure sembra un coro, un’orchestra, sembriamo in tanti.
Il mio suono risuona dentro e fuori di me, come in una cattedrale.

Il suono che mi abita fa tutto da solo, io non sto facendo nulla.
Sono ascoltatrice e protagonista di qualcosa che trascende la mia possibilità di controllo.

Maria Silvia smette di suonare.
Io smetto di cantare.
Nel silenzio vive una sorta di eco sonora.
Nel corpo e negli orecchi la presenza di qualcosa che non avevo mai vissuto prima di allora. Il gruppo tace, Maria Silvia tace, io non ho alcuna parola dentro di me.
Solo un’emozione vitale mai provata, intensa, travolgente e stravolgente. E’ bellissimo.

Il silenzio viene rotto improvvisamente, non so dopo quanto tempo. E’ il gruppo che applaude vigorosamente, fragorosamente.
Applaude i miei suoni e applaude il mio abbandono alla fiducia.

Maria Silvia dice “Eh sì, hai la voce!!!”
Balbetto “Ma… sono io che canto?”

E’ stata un’iniziazione e l’inizio.

Stupore e cambiamento di stato, una specie di piccola alterazione dello stato di coscienza.
Per me il canto è anche questo.

Quei suoni, quell’esperienza, mi hanno portata a frequentare il Centro di Formazione Vocale per circa 10 anni, a studiare per la Formazione Personale e per la Formazione Pedagogica.

Dalla nascita di quei primi suoni a mia insaputa sono diventata insegnante di Funzionalità Vocale e Canto.
Una passione gioiosa, intensa, continuamente in divenire.

 

Daniela Portonero
(CasaUbaga, settembre 2015, laboratorio autobiografico filosofico Contro le passioni tristi di Sapere Plurale, condotto da Susanna Ronconi e Patrizia Ottone)

 

 

Blog su WordPress.com.

Su ↑