Una miscela di storia e poesia, paesaggio e luogo dell’anima. Geografie dell’Ubago, di Roberta Padovano e Elena Vaccarino, rende omaggio a un territorio sconosciuto ai più con amore e rispetto, che lo spettatore percepisce non solo ma anche ascoltando la raffinata selezione di testi dei liguri Massimo Quaini e Italo Calvino. Perché è proprio in Liguria che ci troviamo, per la precisione nell’entroterra di Imperia, immersi in un ambiente generoso quanto aspro, soffuso da un alone di mistero malinconico. 

Frazione del Comune di Borghetto d’Arroscia, Ubaghetta è uno dei tanti paesi che si sono progressivamente spopolati, fino a rimanere con un pugno di abitanti. Uno di questi è Pierino Denegri, memoria storica del territorio, che con le sue parole accompagna lo spettatore in un viaggio a ritroso nel tempo, a cominciare dal nome. Ubages, in dialetto, significa umido, terra d’ombra, spiega Denegri, da qui il nome Ubaga, paese confinante. Ubaghetta invece deve probabilmente il suo nome, ingentilito dal vezzeggiativo, alla sua migliore esposizione al sole. 

Denegri accompagna le autrici attraverso epoche e accadimenti, dall’economia rurale contadina di un tempo con i suoi attrezzi e le sue usanze, ai sacerdoti che volevano essere assegnati a Ubaghetta «perché facevano la vita da signori», vale a dire mangiavano regolarmente e non sempre castagne (storicamente alimento base dei liguri di montagna). 

Non mancano le storie sulla Resistenza e i partigiani che durante la guerra di Liberazione fecero base a Ubaghetta al comando di Fra’ Diavolo (Luigi Fiori, ndr), racconti che coinvolgono direttamente i genitori di Denegri, che alloggiavano partigiani e scamparono al rastrellamento che i tedeschi fecero in paese nel gennaio del 1945. 

Come non mancano i riferimenti alle basùre, che Denegri stesso definisce «le cugine delle streghe di Triora, un po’ più giocherellone, un po’ più mattacchione». Urtà, una piccola valle con un sentiero che unisce Ubaga e Ubaghetta, con tre grandi querce disposte a triangolo (purtroppo abbattute negli anni ’50), era il luogo in cui, ogni plenilunio, leggenda narra si riunissero le basùre, che sotto la forma di caprette bianche si divertivano a spaventare chi passava di là nella notte proibita.

Padovano e Vaccarino raccolgono la preziosa testimonianza di Pierino Denegri, facendoci percepire al contempo il suo e il loro amore per questa terra, e come e quanto i luoghi geografici siano anche e soprattutto luoghi simbolici.

Elisa Manici

Il trailer.

Geografie dell’Ubago di Roberta Padovano e Elena Vaccarino, con il contributo di Mary Nicotra

Miguel Benasayag, Esistere o funzionare? seminario residenziale 21-22-23 settembre

Il seminario si svolge con la conduzione di Miguel Benasayag.
Proveremo a interrogarci insieme intorno a alcuni temi portanti di questo momento storico.
Per agire, riflettere, pensare nella complessità.

In un breve video Benasayag introduce e invita alla partecipazione.

Tra i nodi proposti:

i processi di costruzione di identità individuali e collettive che rischiano di compattarsi attraverso l’odio;

gli effetti  dell’iperindividualismo da un lato e del relativismo culturale dall’altro;

l’ibridazione tra il mondo digitale e il vivente.

Il seminario è aperto a chi è coinvolto/a in pratiche educative, pedagogiche, filosofiche, cliniche, letterarie, artistiche, di impegno sociale. A tutti coloro che, a partire dal proprio quotidiano, sentano l’urgenza o la curiosità di confrontarsi su questi temi.

MIguel Benasayag,  filosofo e psicoanalista di origine argentina, rifugiatosi in Francia dopo l’esperienza della guerriglia guevarista, vive a Parigi. E’ autore di molti libri, tra i quali, tradotti in italiano: Il mito dell’individuo (2002), Resistere è creare (con Florence Aubenas, 2004), La salute ad ogni costo. Medicina e biopotere (2010). Con Feltrinelli ha pubblicato L’epoca delle passioni tristi (2004), Contro il niente. Abc dell’impegno (2005), Elogio del conflitto (con Angélique Del Rey; 2008) e Oltre le passioni tristi. Dalla solitudine contemporanea alla creazione condivisa (2015).

Organizzazione e costi

Il seminario inizia venerdì 21 settembre, dopo cena alle 21.00 (dalle 18.00 gli arrivi e le sistemazioni con cena alle 20.00) e si conclude domenica 23 alle 15.30.
La sistemazione residenziale è presso CasaUbaga, antica casa in pietra ristrutturata nell’entroterra ligure di Albenga che può ospitare il gruppo e dove si svolgono i lavori del seminario.
http://www.casaubaga.org/
I pasti di cucina naturale  e creativa sono a cura di Chefnatura.
https://chefnatura.it/

Il costo complessivo del seminario residenziale, comprensivo anche dei due pernottamenti, quattro pasti e due colazioni  è di 350 euro a persona.

Per chi non viaggia in auto si possono trovare soluzioni tra i partecipanti o  organizzare un passaggio dalla stazione di Albenga.

Informazioni e iscrizioni: vi invitiamo a tenere conto che i posti sono limitati, è necessario iscriversi  entro il il 5 luglio inviando la scheda di iscrizione allegata a  casaubaga@gmail.com

Contatti: Roberta, 339.6233128 – Mary, 334.7005982 –  Carla 347.1025024
A presto!

Progetto CasaUbaga, un luogo dove circolano saperi in condivisione

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Equilibrismi della vita

C’è così tanta bellezza qui intorno, un senso di pace che è un privilegio enorme, più che mai. Al verde degli ulivi che non conosce stagioni si sta unendo l’orchestra variamente verdeggiante dei boschi intorno. Lo scroscio del torrente ha il suono pieno che si sente solo in questi mesi, poi diventa un sussurro coperto dai fischi e dai chioccolii degli uccelli.

Accade che gli ospiti che passano di qui siano persone speciali, o meglio che in qualche modo abbiano un talento speciale anche nello scoprire i dintorni, muri a secco e fasce giù fino al torrente. Così è stato per Simone, artista calligrafa, insieme alle sue amiche, in una vacanza creativa nell’ubago. Simone ha camminato lungo il torrente e ha osservato lungamente le sue rocce calcaree, le fessurazioni e le coloriture. Ha trovato a mo’ di gessi pietre e pigmenti e ne sono nati gli “Equilibrismi della vita”, “Seiltänze des Lebens”.

Ci piace pensare e sorridere alle ipotesi e alle fantasie che questi graffiti susciteranno in chi percorrerà i sentieri dell’ubago, magari tra anni e anni. O forse anche solo quest’estate.

 

 

grazie, Simone Rahn!

La storia di CasaUbaga

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Quando ci siamo innamorate di questo luogo, della grande casa in pietra, della cornice di colline, delle fasce d’ulivi, dei suoni della natura non sapevamo cosa sarebbe diventato.

Era l’inverno del 2008.

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La casa di pietra portava bene i suoi circa 350 anni, ma aveva bisogno di qualche intervento 😉 e anche le fasce coltivate un tempo a ulivi e ortaggi erano ricoperte di rovi trentennali. Ma esercitammo una attitudine a guardare oltre, sostenute dalla bellezza del luogo e da alcuni buoni incontri. In un paio di anni, liberata la terra dai rovi, ristrutturata la casa valorizzando quel che c’era e consolidandolo, non restava che… esserne felici, rilassarsi davanti alle colline, dare il nome alla creatura che diventava così Casa Ubaga e chiederci cosa sarebbe stata da grande.

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Il progetto ha preso forma mentre continuavamo a chiederci qual era il progetto,invitando amiche e amici a passare del tempo lì con noi, incontrandone di nuovi, mescolando saperi di chi veniva a passioni antiche e sospese, come quella per i giardini e le erbe buone, aromatiche e officinali.

Abbiamo iniziato dalla terra e al rapporto con la terra abbiamo dedicato la nostraprima iniziativa: il laboratorio esperienziale teorico-pratico sull’orto sinergico, organizzato con l’associazione Kanbio. Guido, Nicola e Vincenzo, insieme a un gruppetto affiatato di aspiranti orticoltori, noi comprese, ha dato vita a una bella sinergia da cui è nata OrtUghetta, l’orto sinergico di Casa Ubaga (2010).

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Nel corso di questi anni abbiamo ospitato laboratori dedicati alla funzionalità vocale con Daniela Portonero, alla cucina naturale con ChefNatura, allo yoga con Patrizia Ottone, alla danza con Erberto Rebora, alla letteratura con Margherita Giacobino, alla lavorazione dell’argilla con Paola Cabutti e altro ancora.

E a Casa Ubaga è anche costantemente in azione una sorta di laboratorio permanente di ricerca autogestita intorno al cibo, che nutre anche la nostra biblioteca, i nostri discorsi, gli esperimenti dentro e fuori la nostra cucina. Ricerca di prodotti dell’agricoltura naturale, di semi e di piante non interessanti per l’agricoltura del profitto, confronto con altri indipendenti sperimentatori, negli orti e nelle cucine.

La crescita del non-progetto Casa Ubaga procede in modo rizomatico, producendo connessioni a partire da quel che c’è e incrocia il cammino.  In questo senso abbiamo accolto anche l’arrivo di tre amiche che hanno messo su casa vicino a noi.

Di queste e altre storie di Casa Ubaga torneremo a parlare in post dedicati, strada facendo.

 

Cosa succede a CasaUbaga

A Casa Ubaga succedono molte cose, per lo più estemporanee e non previste, legate anche alla presenza di amiche e amici che ci vengono a trovare. Ma talvolta, circa una o due volte all’anno, programmiamo degli eventi.

Dal 2010 abbiamo ospitato laboratori esperienziali e gruppi di lettura, di scrittura e confronto.

Il primo appuntamento, nel maggio del 2010, il laboratorio teorico pratico per la costruzione di un orto sinergico, con l’associazione Kanbio. Una bellissima esperienza da qui è nata l’OrtUghetta. Ecco la storia in immagini!

Con il tempo, OrtUghetta è diventato un giardino di erbe aromatiche e officinali.

E dopo la terra il cibo, con il corso di cucina naturale e alimentazione rispettosa e consapevole di Chefnatura dei bravissimi Emanuela e Stefano, un’esperienza che è diventata parte del nostro stile di vita.

E di nutrimento in nutrimento, gli appuntamenti  letterari con Margherita Giacobino, scrittrice, traduttrice e regista: Week end con la Strega.

“Con la guida e l’ispirazione di una scrittrice misantropa, misogina e politicamente scorretta,
Patricia Highsmith, alla scoperta della nostra ambiguità, dei nostri cattivi pensieri e perfino dei nostri desideri omicidi, per farne materia di scrittura.
Letture, riflessioni, esercizi di scrittura e di lettura ad alta voce su temi politicamente scorretti e creativamente fruttuosi, quali: l’importanza dei cattivi pensieri; l’ambiguità come risorsa creativa; le fantasie di violenza e il delitto terapeutico; l’arte non è morale, e perché mai dovrebbe esserlo? La giustizia: una faccenda privata?
Scriveremo quel che l’ispirazione ci detterà, e lo leggeremo pubblicamente (se ne avremo voglia), sicure dell’impunità!”(M. Giacobino, 2011)

Ancora letteratura, nel 2014, con Margherita Giacobino,  Sorella Outsider
Gli scritti politici di Audre Lorde raccolti nel volume Sorella Outsider rappresentano il percorso di una personalità eccezionale, capace di ispirare con la sua lucidità e il suo coraggio non solo il nostro pensiero politico, ma anche la nostra vita quotidiana.
L’incontro si propone di rintracciare le linee portanti del pensiero di Audre Lorde, mettendone in luce i collegamenti con la nostra realtà attuale e con le contraddizioni del mondo in cui viviamo.
Le differenze come ricchezza e dialettica creativa, la verità del nostro sentire profondo e la necessità costante dell’analisi e di un lucido esame, gli usi della rabbia, la forza rivoluzionaria della poesia e il potere dell’eros – Audre Lorde ridefinisce i termini in cui il suo pensiero si articola, ci propone dicotomie feconde, che si integrano invece di opporsi, che costantemente si fondono l’una nell’altra invece di costituirsi come complementari. Audre Lorde scardina le basi del pensiero dei padri bianchi, e ci indica una strada in cui ragione e sentimento si sposano anziché escludersi a vicenda. La lettura dei suoi scritti non fornisce solo spunti stimolanti, ma è un vero e proprio ricostituente capace di infondere vitalità e coraggio nelle situazioni che affrontiamo ogni giorno.

Nel 2015, il Laboratorio autobiografico-filosofico alla ricerca di tracce e indizi verso nuovi desideri, progettato dall’Associazione Sapereplurale, con Liz O’Neill, Patrizia Ottone e Susanna Ronconi.

e… LAVORI IN CORSO…

La parola musicale

La musicalità della parola (…) è quanto dà al nostro eloquio profondità, spessore, quanto fa sì che in esso sia la vita a parlare, anzichè il vocabolario
(in Coralità: conoscenza, comunicazione, società, a cura di B. Streito e L. Lorenzetti)

 

Camminando per le strade di Torino, dove vivo, quotidianamente mi trovo ad ascoltare frammenti di discorsi individuali, tracce di quella voce parlata collettiva che dice di un malessere profondo di questo nostro tempo.
Sugli autobus o nei luoghi pubblici incontro parole, modi di parlare, voci, silenzi molto simili tra loro. Affermazioni spesso urlate, talvolta gridate tra sé e sé, altre esternate dall’espressione dei volti o dai gesti. Qualcosa che fa pensare ad un vissuto collettivo imprigionato, in cattività, incattivito.

“Ezio, ma tu che pensi della fragilità?
 Penso che sia fondamentale e che sia bella.
 Non ti fa paura l’idea di essere fragili?
 Mi fa paura chi non vuole rivelare la sua fragilità”                                                         (Intervista a Ezio Bosso, 2017)

Il timore, anche inconscio, che la voce ci tradisca svelando emozioni che non amiamo mettere in luce, giustifica quella sorta di pudore che sempre accompagna le prime esperienze di canto. La percezione di essere messi a nudo è molto comune …”.                     (La voce musicale, Ida Maria Tosto, 2009)

La mia impressione sulla voce parlata collettiva ha qualcosa in comune – insieme a tanto altro – con lo stato di “timore” di cui parla Ida Maria Tosto.

Fisicamente e uditivamente è possibile cogliere lo stato della propria e altrui vocalità.
Quando si canta e si parla, mentre si ascolta cantare e parlare e nel silenzio.
Voci strozzate, gridate, introflesse, ingoiate, mute … poco importa.

Tra i primi indicatori percettivi c’è l’esperienza tattile delle vibrazioni del suono nel corpo. Soprattuto il corpo sottile, rispetto ai muscoli da lavoro (quelli delle gambe e delle braccia).
Possiamo porci alcune domande:
– Mentre parliamo ci accorgiamo fisicamente delle vibrazioni sonore oppure ci occupiamo principalmente di ciò che stiamo dicendo?
– Mentre ascoltiamo o udiamo un discorso o una voce il nostro corpo si accorge delle vibrazioni sonore che lo attraversano?
Quando siamo in silenzio come si sente il nostro corpo e come percepiamo il corpo degli altri?
E’ pesante, leggero, rigido, flessibile, caldo, freddo, quieto, ansioso …
Percepiamo lo stato vibratorio oppure la percezione del vibrare costante del corpo ci è oscura?

L’assenza di sensazioni corporee relative al suono è questione seria, che non riguarda soltanto cantanti e strumentisti.
Se non percepiamo e non siamo presenti alla vibrazione del nostro suono, se la nostra voce è pesante dal punto di vista vibrazionale, tendenzialmente significa che sta vivendo male, perché il suono è anzitutto oscillazione vibratoria.
Se non percepiamo il piacere della vibrazione sonora qualcosa dentro di noi sta tenendo in cattività la nostra voce.

La iato tra la parola detta e cosa esprimono il suono e il corpo sonoro racconta molto della fatica vocale e del disgiungimento tra sé e il discorso.

La contraddizione sovente è così palese da aver catturato la mia curiosità e voglia di capire, portandomi come sempre a coniugare i due fuochi di passione della mia esistenza: la musica e le manifestazioni collettive degli esseri umani.

Ciò che mi nutre da questo punto di vista sono la possibilità di trascorrere tempo in luoghi di extra-ordinari silenzi e suoni come CasaUbaga, l’insegnamento di Funzionalità Vocale e pratiche di condivisione e confronto.

Una bussola che mi permette di cercare orientamenti, nel sentire riflettere agire.

Daniela Portonero, insegnante di Funzionalità Vocale e Canto
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Olive in salamoia alla moda di Casa Ubaga

944366_949566791778721_1451498603906700972_nAnno nuovo, olio nuovo!

Questo 2018 che va a iniziare ha per noi il sapore dell’olio nuovo, assaggiato oggi,  rigorosamente su fetta di pane integrale di Pieve di Teco, profumato con l’origano fresco del giardino.

A partire dal profumo e dai mille sapori che si sprigionano in bocca vorrei dire mille cose. Dei ricordi di nonni braccianti e mezzadri, a seconda del ramo delle genealogie ubaghesche;  di quel giorno di pochi anni fa in cui una disse all’altra – Mi piacerebbe avere ulivi e fare il nostro olio –  e l’altra guardò l’una pensando che fosse un po’ matta o sbruffona, e l’una guardò l’altra intuendo il pensiero e promettendo – Vedrai…;  del privilegio grandissimo di poter accedere a nutrimenti belli e buoni, prodotti senza sfruttamento, dopo essere cresciuti all’aria buona di una piccola valle… Ma per ora fermiamoci qui e passiamo alla promessa ricetta!

La ricetta delle olive in salamoia.

Come regalo d’inizio d’anno eccovi la ricetta delle olive taggiasche in salamoia. Abbiamo imparato a prepararle dal Signor Germano e continuiamo a fare come ci ha insegnato lui, mettendo molto timo e poco alloro nella mistura… ma partiamo dall’inizio.

Prendete olive taggiasche raccolte a mano, mettele in un secchio pieno d’acqua e ponetelo in un luogo fresco. Ogni sera – o quasi 😉 – cambiate loro completamente l’acqua. Dopo 40 giorni di questo trattamento, preparate la salamoia facendo sobbollire acqua e sale in proporzione di un litro d’acqua per 100 grammi di sale, ma scalando di modo che in 10 litri andate a sciogliere circa 800 grammi di sale. Quando l’acqua salata inizia a bollire unite abbondanza di timo, santoreggia, maggiorana, origano e alloro, in misura decrescente, sì che di alloro metterete al massimo 2 foglie su 10 litri. Lasciate riposare una notte. Scolate le olive, invasatele in vetro e ricopritele della salamoia, di modo che in ogni barattolo ci siano un po’ di erbette. Se vi piace aggiungete anche un po’ di scorzetta di limone. Riponete i vasetti al buio per almeno 3 mesi. Si conservano per molto tempo… non sappiamo quanto, ma certo possiamo dirvi che gustiamo ora quelle di due anni fa. L’unico problema è che non si riescono più a mangiare quelle di origine industriale 😉

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’INCANTO DI SUONI E DI SILENZI

a cura di Daniela Portonero
insegnante di Funzionalità Vocale e Canto

“La musica si è impadronita di me perché è l’estensione del silenzio,
di quel silenzio che sempre la precede e vi echeggia?
La musica è una via d’accesso e un altrove della parola,
a quel che la parola non può dire e che il silenzio, tacendolo, dice”.
(Hêlêne Grimaud, Variazioni Selvagge)

 

CasaUbaga è per me un luogo speciale.
Una dimensione di Spazio – Tempo che mi dona pace, intima gioia, vitalità.
Da quando è nata la abito almeno un mese in estate, tornando a trovare parti di me tra un’estate e l’altra.
In questo SpazioTempo così prezioso posso immergermi in suoni e silenzi con tutto il mio essere, lasciando che la loro musica mi trasformi e mi animi.
Tra silenzi mormoranti e silenzi profondi, suoni di vita vicina, lontana e oltre ogni sfondo.

A Casa Ubaga mi dedico alla mia musica e alla musica che è principio di ogni cosa.
Da sola e insieme.

Una passione gioiosa
La nascita di un suono

Molti anni fa.
Parto da sola. Saremmo dovuti essere in tre, io e i due musicisti che avevano lanciato l’idea.
Raggiungo Santa Giustina, vicino a Belluno, dove ha sede il Centro di Formazione Vocale Voce Mea.
Quell’anno la Scuola ospitava un seminario residenziale condotto da una docente di Vienna sulla didattica musicale per i bambini. Ero andata per studiare il Metodo Orff.

Non sapevo che fosse prevista, all’interno di quella settimana, la partecipazione ai seminari sulla voce cantata tenuti dal Centro e che avrei trascorso alcune ore dedicate alla percezione sensibile del suono cantato.
Maria Silvia Roveri, la responsabile del Centro, ogni giorno con delicatezza mi invitava a cantare nell’ambito delle sue brevi lezioni individuali all’interno del lavoro collettivo.

Cantare un suono, anche solo un suono, di fronte al gruppo.
Avevo paura. Mi vergognavo. Pensavo di “non avere la voce”.

Giovedì, arriva la metà della settimana.
Maria Silvia mi consiglia caldamente di fare l’esperienza. Mi dice, testualmente: “E’ un peccato non vivere in prima persona ciò di cui abbiamo parlato ed esperito collettivamente”.

Il gruppo era empatico e solidale, mi mostrava simpatia e calore.
Sono certa che anche per questo ad un tratto ho sentito salire il coraggio. E’ stato come un calore improvviso, dai piedi alla testa.
Un’onda di coraggio, non era uno stato interiore di fiducia.

Eccomi sola, vicina al pianoforte, in piedi con le gambe un po’ molli e la vista appannata.
Maria Silvia suona una nota al pianoforte e io canto quel suono, intonato sì, ma era un suono condizionato dalla paura e dal pudore.

Maria Silvia chiede al gruppo di venire intorno a me.
Anzi su di me, perché mi aveva fatta coricare.
Ognuno suona un piccolo strumento e canta suoni: di cicale, grilli, api, serpenti. I miei orecchi, l’intero corpo sono avvolti, sollevati in volo da una materia sonora impalpabile e straordinariamente leggera.

Canto.
Canto ogni suono che Maria Silvia mi offre dal pianoforte.
Sento l’abbraccio canoro del gruppo e perdo il confine tra il mio corpo e il loro, tra il mio suono e il loro.
Non potevo distinguere la mia voce ma sapevo che stavo cantando, perché sentivo un fremito vibrante nel mio corpo, piacevole. Sembrava che qualcuno stesse cantando attraverso di me.

Improvvisamente il gruppo tace.
Sto cantando da sola. Eppure sembra un coro, un’orchestra, sembriamo in tanti.
Il mio suono risuona dentro e fuori di me, come in una cattedrale.

Il suono che mi abita fa tutto da solo, io non sto facendo nulla.
Sono ascoltatrice e protagonista di qualcosa che trascende la mia possibilità di controllo.

Maria Silvia smette di suonare.
Io smetto di cantare.
Nel silenzio vive una sorta di eco sonora.
Nel corpo e negli orecchi la presenza di qualcosa che non avevo mai vissuto prima di allora. Il gruppo tace, Maria Silvia tace, io non ho alcuna parola dentro di me.
Solo un’emozione vitale mai provata, intensa, travolgente e stravolgente. E’ bellissimo.

Il silenzio viene rotto improvvisamente, non so dopo quanto tempo. E’ il gruppo che applaude vigorosamente, fragorosamente.
Applaude i miei suoni e applaude il mio abbandono alla fiducia.

Maria Silvia dice “Eh sì, hai la voce!!!”
Balbetto “Ma… sono io che canto?”

E’ stata un’iniziazione e l’inizio.

Stupore e cambiamento di stato, una specie di piccola alterazione dello stato di coscienza.
Per me il canto è anche questo.

Quei suoni, quell’esperienza, mi hanno portata a frequentare il Centro di Formazione Vocale per circa 10 anni, a studiare per la Formazione Personale e per la Formazione Pedagogica.

Dalla nascita di quei primi suoni a mia insaputa sono diventata insegnante di Funzionalità Vocale e Canto.
Una passione gioiosa, intensa, continuamente in divenire.

 

Daniela Portonero
(CasaUbaga, settembre 2015, laboratorio autobiografico filosofico Contro le passioni tristi di Sapere Plurale, condotto da Susanna Ronconi e Patrizia Ottone)

 

 

Tra ombra e luce, viaggio nell’ubago.

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Questo post  è dedicato al paesaggio dell’Ubago, partendo dalla mappa disegnata da  Giovanni, che ha ricostruito i toponimi del territorio di Ubaghetta e di Ubaga, ascoltando i racconti degli abitanti più anziani.

A ciascun nome è legata una storia, un qualcosa capitato lì, che ha fatto sì che quel pezzetto di terra si nominasse, come Ca’ de Rudassi, dov’era anticamente un nucleo di case di cui non resta traccia, abbandonate per un’improvvisa invasione di formiche giganti.

Ma dobbiamo partire da Ubaghetta e da Ubaga, da cui è nata tutta questa storia, dai loro nomi che ci avevano subito incuriosito.

Ubago nel dialetto della Liguria di Ponente indica località selvose, esposte a settentrione. Significa impervio, opaco. E’ il contrario di abrigu, aprico, il luogo soleggiato.  Ma ubago vuol dire anche, nascosto, selvaggio, misterioso, profondo.

L’aprico e l’ubago, il solare e il lunare, la riviera e l’entroterra, l’esposto e il nascosto sono aspetti indissolubili del paesaggio ligure, forse di tutti i paesaggi.

Il paesaggio è sempre anche contenitore di miti, sogni e emozioni, accumulatore di metafore (Massimo Quaini), e quello dell’ubago si è incontrato con la poetica di Italo Calvino  che lo identifica come il luogo proprio della sua scrittura:
D’int’ubagu, dal fondo dell’opaco io scrivo, ricostruendo la mappa d’un aprico che è solo un inverificabile assioma per i calcoli della memoria, il luogo geometrico dell’io, di un me stesso di cui il me stesso ha bisogno per sapersi me stesso, l’io che serve solo perché il mondo riceva continuamente notizie sull’esistenza del mondo un congegno di cui il mondo dispone per sapere se c’è” (Italo Calvino, La strada di San Giovanni).

Ubagu,Baigorix, Spéndega, Giassi…alcuni toponimi della nostra carta sono anche le figure simboliche condensate nelle “Maschere di Ubaga“, opere di 80 artisti chiamati da Franco Dante Tiglio a interpretare  forze della natura e caratteri umani dell’ubago. Le opere fanno parte di una mostra permanente del museo del territorio  della valle Arroscia, visitabile a Pieve di Teco.

Ora che abbiamo le cartine, le mappe, le maschere possiamo iniziare a orientarci, proseguendo il viaggio, senza dimenticare di mettere in valigia i libri – se no che viaggio è –  oltre a Italo Calvino, Francesco Biamonti e altr* che si aggiungeranno, cammin facendo.

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la mappa dell’Ubago, borgata Menegù, Ubaghetta

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