CasaUbaga in Musica

L’INCANTO
DI SUONI E DI SILENZI

a cura di Daniela Portonero
insegnante di Funzionalità Vocale e Canto

“La musica si è impadronita di me perché è l’estensione del silenzio,
di quel silenzio che sempre la precede e vi echeggia?
La musica è una via d’accesso e un altrove della parola,
a quel che la parola non può dire e che il silenzio, tacendolo, dice”.
(Hêlêne Grimaud, Variazioni Selvagge)

 

CasaUbaga è per me un luogo speciale.
Una dimensione di Spazio – Tempo che mi dona pace, intima gioia, vitalità.
Da quando è nata la abito almeno un mese in estate, tornando a trovare parti di me tra un’estate e l’altra.
In questo SpazioTempo così prezioso posso immergermi in suoni e silenzi con tutto il mio essere, lasciando che la loro musica mi trasformi e mi animi.
Tra silenzi mormoranti e silenzi profondi, suoni di vita vicina, lontana e oltre ogni sfondo.

A Casa Ubaga mi dedico alla mia musica e alla musica che è principio di ogni cosa.
Da sola e insieme.

Una passione gioiosa
La nascita di un suono

Molti anni fa.
Parto da sola. Saremmo dovuti essere in tre, io e i due musicisti che avevano lanciato l’idea.
Raggiungo Santa Giustina, vicino a Belluno, dove ha sede il Centro di Formazione Vocale Voce Mea.
Quell’anno la Scuola ospitava un seminario residenziale condotto da una docente di Vienna sulla didattica musicale per i bambini. Ero andata per studiare il Metodo Orff.

Non sapevo che fosse prevista, all’interno di quella settimana, la partecipazione ai seminari sulla voce cantata tenuti dal Centro e che avrei trascorso alcune ore dedicate alla percezione sensibile del suono cantato.
Maria Silvia Roveri, la responsabile del Centro, ogni giorno con delicatezza mi invitava a cantare nell’ambito delle sue brevi lezioni individuali all’interno del lavoro collettivo.

Cantare un suono, anche solo un suono, di fronte al gruppo.
Avevo paura. Mi vergognavo. Pensavo di “non avere la voce”.

Giovedì, arriva la metà della settimana.
Maria Silvia mi consiglia caldamente di fare l’esperienza. Mi dice, testualmente: “E’ un peccato non vivere in prima persona ciò di cui abbiamo parlato ed esperito collettivamente”.

Il gruppo era empatico e solidale, mi mostrava simpatia e calore.
Sono certa che anche per questo ad un tratto ho sentito salire il coraggio. E’ stato come un calore improvviso, dai piedi alla testa.
Un’onda di coraggio, non era uno stato interiore di fiducia.

Eccomi sola, vicina al pianoforte, in piedi con le gambe un po’ molli e la vista appannata.
Maria Silvia suona una nota al pianoforte e io canto quel suono, intonato sì, ma era un suono condizionato dalla paura e dal pudore.

Maria Silvia chiede al gruppo di venire intorno a me.
Anzi su di me, perché mi aveva fatta coricare.
Ognuno suona un piccolo strumento e canta suoni: di cicale, grilli, api, serpenti. I miei orecchi, l’intero corpo sono avvolti, sollevati in volo da una materia sonora impalpabile e straordinariamente leggera.

Canto.
Canto ogni suono che Maria Silvia mi offre dal pianoforte.
Sento l’abbraccio canoro del gruppo e perdo il confine tra il mio corpo e il loro, tra il mio suono e il loro.
Non potevo distinguere la mia voce ma sapevo che stavo cantando, perché sentivo un fremito vibrante nel mio corpo, piacevole. Sembrava che qualcuno stesse cantando attraverso di me.

Improvvisamente il gruppo tace.
Sto cantando da sola. Eppure sembra un coro, un’orchestra, sembriamo in tanti.
Il mio suono risuona dentro e fuori di me, come in una cattedrale.

Il suono che mi abita fa tutto da solo, io non sto facendo nulla.
Sono ascoltatrice e protagonista di qualcosa che trascende la mia possibilità di controllo.

Maria Silvia smette di suonare.
Io smetto di cantare.
Nel silenzio vive una sorta di eco sonora.
Nel corpo e negli orecchi la presenza di qualcosa che non avevo mai vissuto prima di allora. Il gruppo tace, Maria Silvia tace, io non ho alcuna parola dentro di me.
Solo un’emozione vitale mai provata, intensa, travolgente e stravolgente. E’ bellissimo.

Il silenzio viene rotto improvvisamente, non so dopo quanto tempo. E’ il gruppo che applaude vigorosamente, fragorosamente.
Applaude i miei suoni e applaude il mio abbandono alla fiducia.

Maria Silvia dice “Eh sì, hai la voce!!!”
Balbetto “Ma… sono io che canto?”

E’ stata un’iniziazione e l’inizio.

Stupore e cambiamento di stato, una specie di piccola alterazione dello stato di coscienza.
Per me il canto è anche questo.

Quei suoni, quell’esperienza, mi hanno portata a frequentare il Centro di Formazione Vocale per circa 10 anni, a studiare per la Formazione Personale e per la Formazione Pedagogica.

Dalla nascita di quei primi suoni a mia insaputa sono diventata insegnante di Funzionalità Vocale e Canto.
Una passione gioiosa, intensa, continuamente in divenire.

 

Daniela Portonero
(CasaUbaga, settembre 2015, laboratorio autobiografico filosofico Contro le passioni tristi di Sapere Plurale, condotto da Susanna Ronconi e Patrizia Ottone)

 

 

cosa succede a CasaUbaga

A Casa Ubaga succedono molte cose, per lo più estemporanee e non previste, legate anche alla presenza di amiche e amici che ci vengono a trovare. Ma talvolta, circa una o due volte all’anno, programmiamo degli eventi.

Dal 2010 abbiamo ospitato laboratori esperienziali e gruppi di lettura, di scrittura e confronto.

Il primo appuntamento, nel maggio del 2010, il laboratorio teorico pratico per la costruzione di un orto sinergico, con l’associazione Kanbio. Una bellissima esperienza da qui è nata l’OrtUghetta. Ecco la storia in immagini!

Con il tempo, OrtUghetta è diventato un giardino di erbe aromatiche e officinali.

E dopo la terra il cibo, con il corso di cucina naturale e alimentazione rispettosa e consapevole di Chefnatura dei bravissimi Emanuela e Stefano, un’esperienza che è diventata parte del nostro stile di vita.

E di nutrimento in nutrimento, gli appuntamenti  letterari con Margherita Giacobino, scrittrice, traduttrice e regista: Week end con la Strega.

“Con la guida e l’ispirazione di una scrittrice misantropa, misogina e politicamente scorretta,
Patricia Highsmith, alla scoperta della nostra ambiguità, dei nostri cattivi pensieri e perfino dei nostri desideri omicidi, per farne materia di scrittura.
Letture, riflessioni, esercizi di scrittura e di lettura ad alta voce su temi politicamente scorretti e creativamente fruttuosi, quali: l’importanza dei cattivi pensieri; l’ambiguità come risorsa creativa; le fantasie di violenza e il delitto terapeutico; l’arte non è morale, e perché mai dovrebbe esserlo? La giustizia: una faccenda privata?
Scriveremo quel che l’ispirazione ci detterà, e lo leggeremo pubblicamente (se ne avremo voglia), sicure dell’impunità!”(M. Giacobino, 2011)

Ancora letteratura, nel 2014, con Margherita Giacobino,  Sorella Outsider
Gli scritti politici di Audre Lorde raccolti nel volume Sorella Outsider rappresentano il percorso di una personalità eccezionale, capace di ispirare con la sua lucidità e il suo coraggio non solo il nostro pensiero politico, ma anche la nostra vita quotidiana.
L’incontro si propone di rintracciare le linee portanti del pensiero di Audre Lorde, mettendone in luce i collegamenti con la nostra realtà attuale e con le contraddizioni del mondo in cui viviamo.
Le differenze come ricchezza e dialettica creativa, la verità del nostro sentire profondo e la necessità costante dell’analisi e di un lucido esame, gli usi della rabbia, la forza rivoluzionaria della poesia e il potere dell’eros – Audre Lorde ridefinisce i termini in cui il suo pensiero si articola, ci propone dicotomie feconde, che si integrano invece di opporsi, che costantemente si fondono l’una nell’altra invece di costituirsi come complementari. Audre Lorde scardina le basi del pensiero dei padri bianchi, e ci indica una strada in cui ragione e sentimento si sposano anziché escludersi a vicenda. La lettura dei suoi scritti non fornisce solo spunti stimolanti, ma è un vero e proprio ricostituente capace di infondere vitalità e coraggio nelle situazioni che affrontiamo ogni giorno.

e… LAVORI IN CORSO! Stiamo finendo di completare il testo con gli altri incontri!

Olive in salamoia alla moda di Casa Ubaga

944366_949566791778721_1451498603906700972_nAnno nuovo, olio nuovo!

Questo 2016 che va a iniziare ha per noi il sapore dell’olio nuovo, assaggiato oggi,  rigorosamente su fetta di pane integrale di Pieve di Teco, profumato con l’origano fresco del giardino.

A partire dal profumo e dai mille sapori che si sprigionano in bocca vorrei dire mille cose. Dei ricordi di nonni braccianti e mezzadri, a seconda del ramo delle genealogie ubaghesche;  di quel giorno di pochi anni fa in cui una disse all’altra – Mi piacerebbe avere ulivi e fare il nostro olio –  e l’altra guardò l’una pensando che fosse un po’ matta o sbruffona, e l’una guardò l’altra intuendo il pensiero e promettendo – Vedrai…;  del privilegio grandissimo di poter accedere a nutrimenti belli e buoni, prodotti senza sfruttamento, dopo essere cresciuti all’aria buona di una piccola valle… Ma per ora fermiamoci qui e passiamo alla promessa ricetta!

La ricetta delle olive in salamoia.

Come regalo d’inizio d’anno eccovi la ricetta delle olive taggiasche in salamoia. Abbiamo imparato a prepararle dal Signor Germano e continuiamo a fare come ci ha insegnato lui, mettendo molto timo e poco alloro nella mistura… ma partiamo dall’inizio.

Prendete olive taggiasche raccolte a mano, mettele in un secchio pieno d’acqua e ponetelo in un luogo fresco. Ogni sera – o quasi 😉 – cambiate loro completamente l’acqua. Dopo 40 giorni di questo trattamento, preparate la salamoia facendo sobbollire acqua e sale in proporzione di un litro d’acqua per 100 grammi di sale, ma scalando di modo che in 10 litri andate a sciogliere circa 800 grammi di sale. Quando l’acqua salata inizia a bollire unite abbondanza di timo, santoreggia, maggiorana, origano e alloro, in misura decrescente, sì che di alloro metterete al massimo 2 foglie su 10 litri. Lasciate riposare una notte. Scolate le olive, invasatele in vetro e ricopritele della salamoia, di modo che in ogni barattolo ci siano un po’ di erbette. Se vi piace aggiungete anche un po’ di scorzetta di limone. Riponete i vasetti al buio per almeno 3 mesi. Si conservano per molto tempo… non sappiamo quanto, ma certo possiamo dirvi che gustiamo ora quelle di due anni fa. L’unico problema è che non si riescono più a mangiare quelle di origine industriale 😉

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Contro le passioni tristi. Laboratorio autobiografico-filosofico a Casa Ubaga.

Laboratorio autobiografico-filosofico alla ricerca di tracce e indizi verso nuovi desideri.

18,19, 20 settembre 2015 ospiteremo questo laboratorio,

progettato dall’Associazione Sapereplurale, con Liz O’Neill, Patrizia Ottone e Susanna Ronconi.

sapereplurale
“Uno spazio conviviale e riflessivo dove mettere in comune la nostra sotterranea ribellione a quella tristezza e  freddezza delle passioni che ci prede talvolta in un presente così avaro di spazi per i nostri desideri”.

Leggete e… iscrivetevi!

Ribellarsi alle passioni tristi

Per vissuto, per stanchezza ed età, per disincanto verso un mondo in cui se non tutto molto
sfugge alla presa dei nostri desideri e delle nostre azioni, ci accade di vivere o subire passioni
“fredde”, “tristi”. Affoghiamo, magari, i desideri in un fare affannato, che mima un antico senso;
oppure li sterilizziamo nella solitudine, in un individualismo in cui, magari, non crediamo ma che ci ritroviamo a vivere, incapaci di trovare una dimensione sociale e collettiva soddisfacente e
sensata; oppure, ancora, per realismo, disincanto o sfiducia ci arrendiamo a un presente che pare non portare con sé nemmeno la pallida ombra di una passata età del desiderio.

Ma ci portiamo anche, dentro, una sotterranea ribellione a vivere questa tristezza e questa
freddezza delle passioni: per formazione, per tenacia, per voglia di felicità, per etica, per aver
sperimentato passioni calde in un passato di cui è indelebile la memoria, per indisponibilità a
cedere agli imperativi narcisistici dominanti e alla passività verso il tempo presente.
Le passioni calde, i desideri, la loro possibilità non sembrano essere fiori da poter coltivare nel
chiuso del proprio io, né da poter far crescere nell’illusione di “dominare” una realtà che ci sfugge. Non sarà forse una nuova connessione intersoggettiva, il luogo da riscoprire per poter tornare alle passioni calde? Non sarà che non c’è desiderio da coltivare se non nel reimparare a “sentirsi nel mondo” più che nel perseverare a volerlo possedere?

Tracce e indizi verso nuovi desideri: abbiamo alcune fonti a cui attingere. Per esempio, le nostre stesse esperienze di vita, da riattraversare e risignificare. Per esempio, l’empatia e la
conversazione con le altre e gli altri e l’apprendimento reciproco. Per esempio, l’esercitarci a
pensare filosoficamente le cose della vita. Magari con una guida, indiziaria anch’essa, e che si
ponga leggera, come Spinoza, che ha declinato le “passioni tristi” in termini di impotenza e
disgregazione, ma ha anche intravvisto sentieri percorribili per uscirne. Alcuni suoi concetti – non a caso riscoperti recentemente da molti autori alla ricerca di chiavi per leggere il presente –
possono essere un buon appiglio: la spinta positiva ad esistere e realizzare il proprio potenziale, propria di ciascun vivente umano e non umano; gli affetti umani elementari come la tristezza e la letizia, di cui Spinoza ci invita ad osservare come un testimone, tenendo insieme prossimità e distacco, i cambiamenti di stato; l’amore intellettuale che supera l’io e ci porta verso il comune, il noi.

Il laboratorio.
Il laboratorio è un luogo-tempo conviviale, conversazionale e riflessivo.
Il desiderio di ribellarsi alle passioni tristi è il vero prerequisito richiesto, insieme a un
atteggiamento di interesse e onesta curiosità verso l’altro/a e alla disponibilità a pensare e
ragionare in gruppo. Il percorso infatti si declina dentro un oscillare continuo tra dimensione
individuale (la scrittura autobiografica che attinge all’esperienza personale e la personale
autoriflessione) e dimensione collettiva (l’ascolto e l’apprendimento reciproco, la conversazione, l’esercizio del pensare filosoficamente insieme)
In questo percorso, con il sostegno di facilitatrici esperte, ci si avvale del metodo autobiografico e dell’approccio della philosophy for community, di entrambi non è necessario avere alcuna
competenza pregressa. Si tratta di apprendere facendo.

Indicativamente il gruppo è di 12 persone.

Organizzazione

Il laboratorio, che è in forma residenziale, inizia venerdì 18 settembre, alle 18.00 (dalle 16.00 gli arrivi e le sistemazioni) e si
conclude domenica 20 alle 15.30.
Per chi non viaggia in auto si possono trovare soluzioni tra i partecipanti o organizzare un passaggio dalla stazione di Albenga.

Informazioni e iscrizioni:

Entro il 1 settembre, a segreteria @sapereplurale.net e, per favore, in copia anche a
susanna.ronconi@gmail.com
Versamento di un acconto di 50 euro a Associazione Sapereplurale,

iban IT51Z0200801122000101969650

Contatti: Liz 3382538948 Patrizia 3332733375 Susanna 33941550985

Le facilitatrici:

Liz O’Neill. Neozelandese di origine vive a Torino più di vent’anni dove ha lavorato sempre nel
campo socio-sanitario. É esperta di metodologia autobiografiche, formato della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari di cui è collaboratrice territoriale. Ha partecipato in vari progetti europei e locali sul genere, dialogo, violenza contro le donne sempre in campo di educazionedegli adulti. Socia-fondatrice di Sapereplurale dove si prende cura sopratutto delle camminate “slow” accompagnate con le scrittura autobiografiche.

Patrizia Ottone. Laureata in Filosofia all’Università degli Studi di Torino e in Scienze bibliche e
teologiche alla Facoltà Valdese di Teologia di Roma. Si è formata sulle pratiche filosofiche con lo studio personale e con i laboratori e i seminari del Crif e di Insieme di pratiche filosoficamente autonome. Ha collaborato come facilitatrice di gruppi con il Centro Ecumenico di Agape, nelle Valli Valdesi, con il Maurice Glbtq di Torino e con l’associazione Sapere Plurale di Torino. Pratica e insegna hatha yoga.

Susanna Ronconi. Formatrice nel campo delle professioni del sociale e ricercatrice, è esperta di metodologie autobiografiche applicate all’educazione per adulti, alla formazione professionale e alla ricerca qualitativa. E’ formatrice della Libera Università dell’ Autobiografia di Anghiari, di cui fa parte in qualità di collaboratrice scientifica dal 2005.

Via Nota 7 10122 Torino CF 97738360011 http://www.sapereplurale.net

Tra ombra e luce, viaggio nell’ubago.

ubages

Il nostro primo post è dedicato al paesaggio dell’Ubago, partendo dalla mappa disegnata da  Giovanni, che ha ricostruito i toponimi del territorio di Ubaghetta e di Ubaga, ascoltando i racconti degli abitanti più anziani.

A ciascun nome è legata una storia, un qualcosa capitato lì, che ha fatto sì che quel pezzetto di terra si nominasse, come Ca’ de Rudassi, dov’era anticamente un nucleo di case di cui non resta traccia, abbandonate per un’improvvisa invasione di formiche giganti.

Ma dobbiamo partire da Ubaghetta e da Ubaga, da cui è nata tutta questa storia, dai loro nomi che ci avevano subito incuriosito.

Ubago nel dialetto della Liguria di Ponente indica località selvose, esposte a settentrione. Significa impervio, opaco. E’ il contrario di abrigu, aprico, il luogo soleggiato.  Ma ubago vuol dire anche, nascosto, selvaggio, misterioso, profondo.

L’aprico e l’ubago, il solare e il lunare, la riviera e l’entroterra, l’esposto e il nascosto sono aspetti indissolubili del paesaggio ligure, forse di tutti i paesaggi.

Il paesaggio è sempre anche contenitore di miti, sogni e emozioni, accumulatore di metafore (Massimo Quaini), e quello dell’ubago si è incontrato con la poetica di Italo Calvino  che lo identifica come il luogo proprio della sua scrittura:
D’int’ubagu, dal fondo dell’opaco io scrivo, ricostruendo la mappa d’un aprico che è solo un inverificabile assioma per i calcoli della memoria, il luogo geometrico dell’io, di un me stesso di cui il me stesso ha bisogno per sapersi me stesso, l’io che serve solo perché il mondo riceva continuamente notizie sull’esistenza del mondo un congegno di cui il mondo dispone per sapere se c’è” (Italo Calvino, La strada di San Giovanni).

Ubagu,Baigorix, Spéndega, Giassi…alcuni toponimi della nostra carta sono anche le figure simboliche condensate nelle “Maschere di Ubaga“, opere di 80 artisti chiamati da Franco Dante Tiglio a interpretare  forze della natura e caratteri umani dell’ubago. Le opere fanno parte di una mostra permanente del museo del territorio  della valle Arroscia, visitabile a Pieve di Teco.

Ora che abbiamo le cartine, le mappe, le maschere possiamo iniziare a orientarci, proseguendo il viaggio, senza dimenticare di mettere in valigia i libri – se no che viaggio è –  oltre a Italo Calvino, Francesco Biamonti e altr* che si aggiungeranno, cammin facendo.

foto(11)
la mappa dell’Ubago, borgata Menegù, Ubaghetta

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