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Casa Ubaga

nell'entroterra ligure tra gli ulivi e il profumo del mare

Olive in salamoia alla moda di Casa Ubaga

944366_949566791778721_1451498603906700972_nAnno nuovo, olio nuovo!

Questo 2016 che va a iniziare ha per noi il sapore dell’olio nuovo, assaggiato oggi,  rigorosamente su fetta di pane integrale di Pieve di Teco, profumato con l’origano fresco del giardino.

A partire dal profumo e dai mille sapori che si sprigionano in bocca vorrei dire mille cose. Dei ricordi di nonni braccianti e mezzadri, a seconda del ramo delle genealogie ubaghesche;  di quel giorno di pochi anni fa in cui una disse all’altra – Mi piacerebbe avere ulivi e fare il nostro olio –  e l’altra guardò l’una pensando che fosse un po’ matta o sbruffona, e l’una guardò l’altra intuendo il pensiero e promettendo – Vedrai…;  del privilegio grandissimo di poter accedere a nutrimenti belli e buoni, prodotti senza sfruttamento, dopo essere cresciuti all’aria buona di una piccola valle… Ma per ora fermiamoci qui e passiamo alla promessa ricetta!

La ricetta delle olive in salamoia.

Come regalo d’inizio d’anno eccovi la ricetta delle olive taggiasche in salamoia. Abbiamo imparato a prepararle dal Signor Germano e continuiamo a fare come ci ha insegnato lui, mettendo molto timo e poco alloro nella mistura… ma partiamo dall’inizio.

Prendete olive taggiasche raccolte a mano, mettele in un secchio pieno d’acqua e ponetelo in un luogo fresco. Ogni sera – o quasi😉 – cambiate loro completamente l’acqua. Dopo 40 giorni di questo trattamento, preparate la salamoia facendo sobbollire acqua e sale in proporzione di un litro d’acqua per 100 grammi di sale, ma scalando di modo che in 10 litri andate a sciogliere circa 800 grammi di sale. Quando l’acqua salata inizia a bollire unite abbondanza di timo, santoreggia, maggiorana, origano e alloro, in misura decrescente, sì che di alloro metterete al massimo 2 foglie su 10 litri. Lasciate riposare una notte. Scolate le olive, invasatele in vetro e ricopritele della salamoia, di modo che in ogni barattolo ci siano un po’ di erbette. Se vi piace aggiungete anche un po’ di scorzetta di limone. Riponete i vasetti al buio per almeno 3 mesi. Si conservano per molto tempo… non sappiamo quanto, ma certo possiamo dirvi che gustiamo ora quelle di due anni fa. L’unico problema è che non si riescono più a mangiare quelle di origine industriale😉

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Jazz manouche a Casa Ubaga

un pomeriggio d’estate con i musicisti Mimma Rossi e Ivan Rinaldi.
Potete ascoltarli qui
Jazz manouche a Casa Ubaga
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tracce del laboratorio autobiografico-filosofico.

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Genova. Le parole che non vi ho detto. di Paola Guazzo

É un lavoro speciale questo di Paola. Si cala in spazi non mappati ancora, cerca teorizzazione su materia che si sottrae continuamente. Cerca una strada e mentre lo fa traccia segno.Le parole che non vi ho detto

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Contro le passioni tristi. Laboratorio autobiografico-filosofico a Casa Ubaga.

Laboratorio autobiografico-filosofico alla ricerca di tracce e indizi verso nuovi desideri.

18,19, 20 settembre 2015 ospiteremo questo laboratorio,

progettato dall’Associazione Sapereplurale, con Liz O’Neill, Patrizia Ottone e Susanna Ronconi.

sapereplurale
“Uno spazio conviviale e riflessivo dove mettere in comune la nostra sotterranea ribellione a quella tristezza e  freddezza delle passioni che ci prede talvolta in un presente così avaro di spazi per i nostri desideri”.

Leggete e… iscrivetevi!

Ribellarsi alle passioni tristi

Per vissuto, per stanchezza ed età, per disincanto verso un mondo in cui se non tutto molto
sfugge alla presa dei nostri desideri e delle nostre azioni, ci accade di vivere o subire passioni
“fredde”, “tristi”. Affoghiamo, magari, i desideri in un fare affannato, che mima un antico senso;
oppure li sterilizziamo nella solitudine, in un individualismo in cui, magari, non crediamo ma che ci ritroviamo a vivere, incapaci di trovare una dimensione sociale e collettiva soddisfacente e
sensata; oppure, ancora, per realismo, disincanto o sfiducia ci arrendiamo a un presente che pare non portare con sé nemmeno la pallida ombra di una passata età del desiderio.

Ma ci portiamo anche, dentro, una sotterranea ribellione a vivere questa tristezza e questa
freddezza delle passioni: per formazione, per tenacia, per voglia di felicità, per etica, per aver
sperimentato passioni calde in un passato di cui è indelebile la memoria, per indisponibilità a
cedere agli imperativi narcisistici dominanti e alla passività verso il tempo presente.
Le passioni calde, i desideri, la loro possibilità non sembrano essere fiori da poter coltivare nel
chiuso del proprio io, né da poter far crescere nell’illusione di “dominare” una realtà che ci sfugge. Non sarà forse una nuova connessione intersoggettiva, il luogo da riscoprire per poter tornare alle passioni calde? Non sarà che non c’è desiderio da coltivare se non nel reimparare a “sentirsi nel mondo” più che nel perseverare a volerlo possedere?

Tracce e indizi verso nuovi desideri: abbiamo alcune fonti a cui attingere. Per esempio, le nostre stesse esperienze di vita, da riattraversare e risignificare. Per esempio, l’empatia e la
conversazione con le altre e gli altri e l’apprendimento reciproco. Per esempio, l’esercitarci a
pensare filosoficamente le cose della vita. Magari con una guida, indiziaria anch’essa, e che si
ponga leggera, come Spinoza, che ha declinato le “passioni tristi” in termini di impotenza e
disgregazione, ma ha anche intravvisto sentieri percorribili per uscirne. Alcuni suoi concetti – non a caso riscoperti recentemente da molti autori alla ricerca di chiavi per leggere il presente –
possono essere un buon appiglio: la spinta positiva ad esistere e realizzare il proprio potenziale, propria di ciascun vivente umano e non umano; gli affetti umani elementari come la tristezza e la letizia, di cui Spinoza ci invita ad osservare come un testimone, tenendo insieme prossimità e distacco, i cambiamenti di stato; l’amore intellettuale che supera l’io e ci porta verso il comune, il noi.

Il laboratorio.
Il laboratorio è un luogo-tempo conviviale, conversazionale e riflessivo.
Il desiderio di ribellarsi alle passioni tristi è il vero prerequisito richiesto, insieme a un
atteggiamento di interesse e onesta curiosità verso l’altro/a e alla disponibilità a pensare e
ragionare in gruppo. Il percorso infatti si declina dentro un oscillare continuo tra dimensione
individuale (la scrittura autobiografica che attinge all’esperienza personale e la personale
autoriflessione) e dimensione collettiva (l’ascolto e l’apprendimento reciproco, la conversazione, l’esercizio del pensare filosoficamente insieme)
In questo percorso, con il sostegno di facilitatrici esperte, ci si avvale del metodo autobiografico e dell’approccio della philosophy for community, di entrambi non è necessario avere alcuna
competenza pregressa. Si tratta di apprendere facendo.

Indicativamente il gruppo è di 12 persone.

Organizzazione

Il laboratorio, che è in forma residenziale, inizia venerdì 18 settembre, alle 18.00 (dalle 16.00 gli arrivi e le sistemazioni) e si
conclude domenica 20 alle 15.30.
Per chi non viaggia in auto si possono trovare soluzioni tra i partecipanti o organizzare un passaggio dalla stazione di Albenga.

Informazioni e iscrizioni:

Entro il 1 settembre, a segreteria @sapereplurale.net e, per favore, in copia anche a
susanna.ronconi@gmail.com
Versamento di un acconto di 50 euro a Associazione Sapereplurale,

iban IT51Z0200801122000101969650

Contatti: Liz 3382538948 Patrizia 3332733375 Susanna 33941550985

Le facilitatrici:

Liz O’Neill. Neozelandese di origine vive a Torino più di vent’anni dove ha lavorato sempre nel
campo socio-sanitario. É esperta di metodologia autobiografiche, formato della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari di cui è collaboratrice territoriale. Ha partecipato in vari progetti europei e locali sul genere, dialogo, violenza contro le donne sempre in campo di educazionedegli adulti. Socia-fondatrice di Sapereplurale dove si prende cura sopratutto delle camminate “slow” accompagnate con le scrittura autobiografiche.

Patrizia Ottone. Laureata in Filosofia all’Università degli Studi di Torino e in Scienze bibliche e
teologiche alla Facoltà Valdese di Teologia di Roma. Si è formata sulle pratiche filosofiche con lo studio personale e con i laboratori e i seminari del Crif e di Insieme di pratiche filosoficamente autonome. Ha collaborato come facilitatrice di gruppi con il Centro Ecumenico di Agape, nelle Valli Valdesi, con il Maurice Glbtq di Torino e con l’associazione Sapere Plurale di Torino. Pratica e insegna hatha yoga.

Susanna Ronconi. Formatrice nel campo delle professioni del sociale e ricercatrice, è esperta di metodologie autobiografiche applicate all’educazione per adulti, alla formazione professionale e alla ricerca qualitativa. E’ formatrice della Libera Università dell’ Autobiografia di Anghiari, di cui fa parte in qualità di collaboratrice scientifica dal 2005.

Via Nota 7 10122 Torino CF 97738360011 http://www.sapereplurale.net

Tra ombra e luce, viaggio nell’ubago.

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Il nostro primo post è dedicato al paesaggio dell’Ubago, partendo dalla mappa disegnata da  Giovanni, che ha ricostruito i toponimi del territorio di Ubaghetta e di Ubaga, ascoltando i racconti degli abitanti più anziani.

A ciascun nome è legata una storia, un qualcosa capitato lì, che ha fatto sì che quel pezzetto di terra si nominasse, come Ca’ de Rudassi, dov’era anticamente un nucleo di case di cui non resta traccia, abbandonate per un’improvvisa invasione di formiche giganti.

Ma dobbiamo partire da Ubaghetta e da Ubaga, da cui è nata tutta questa storia, dai loro nomi che ci avevano subito incuriosito.

Ubago nel dialetto della Liguria di Ponente indica località selvose, esposte a settentrione. Significa impervio, opaco. E’ il contrario di abrigu, aprico, il luogo soleggiato.  Ma ubago vuol dire anche, nascosto, selvaggio, misterioso, profondo.

L’aprico e l’ubago, il solare e il lunare, la riviera e l’entroterra, l’esposto e il nascosto sono aspetti indissolubili del paesaggio ligure, forse di tutti i paesaggi.

Il paesaggio è sempre anche contenitore di miti, sogni e emozioni, accumulatore di metafore (Massimo Quaini), e quello dell’ubago si è incontrato con la poetica di Italo Calvino  che lo identifica come il luogo proprio della sua scrittura:
D’int’ubagu, dal fondo dell’opaco io scrivo, ricostruendo la mappa d’un aprico che è solo un inverificabile assioma per i calcoli della memoria, il luogo geometrico dell’io, di un me stesso di cui il me stesso ha bisogno per sapersi me stesso, l’io che serve solo perché il mondo riceva continuamente notizie sull’esistenza del mondo un congegno di cui il mondo dispone per sapere se c’è” (Italo Calvino, La strada di San Giovanni).

Ubagu,Baigorix, Spéndega, Giassi…alcuni toponimi della nostra carta sono anche le figure simboliche condensate nelle “Maschere di Ubaga“, opere di 80 artisti chiamati da Franco Dante Tiglio a interpretare  forze della natura e caratteri umani dell’ubago. Le opere fanno parte di una mostra permanente del museo del territorio  della valle Arroscia, visitabile a Pieve di Teco.

Ora che abbiamo le cartine, le mappe, le maschere possiamo iniziare a orientarci, proseguendo il viaggio, senza dimenticare di mettere in valigia i libri – se no che viaggio è –  oltre a Italo Calvino, Francesco Biamonti e altr* che si aggiungeranno, cammin facendo.

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la mappa dell’Ubago, borgata Menegù, Ubaghetta

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